Chi di recente è capitato nei pressi di un centro commerciale, non avrà potuto fare a meno di notare un certo tipo di cartellonistica Ikea, che svela con assoluta scientificità il modello di comunicazione dominante della nostra società, che è un modello unidirezionale orientato dall’alto verso il basso, paternalista in modo offensivo, secondo una gerarchia basata sul censo.
Il cartello Ikea che funge da esempio da laboratorio dice testualmente, parola più parola meno:
Perché dobbiamo produrre ogni oggetto in grandi quantità? Perché solo così è possibile tenere i prezzi bassi per la nostra clientela. Ecco perché.
Basta poca attenzione per notare come le caratteristiche principali di questo testo siano il linguaggio elementare, la meccanica domanda/risposta tipica della comunicazione adulti/bambini (sono i bambini che chiedono sempre il perché delle cose e sono gli adulti che il più delle volte, per preservare la loro innocenza, offrono risposte semplicistiche e ovattate).
Un messaggio del genere è francamente offensivo. Mostra di disprezzare in modo assoluto l’intelligenza umana, e poiché scelte del genere una multinazionale le compie in assoluta consapevolezza, ci sarebbe da chiedersi perché.
Naturalmente la verità che quello di Ikea è un modello economico basato su economia di scala, e come è facilissimo dimostrare la quantità dei beni prodotti non incide direttamente sui prezzi del prodotto finito, visto che i veri calmieratori sono il costo della materia prima e lo sfruttamento del lavoro. Ma non è questo che interessa trattare in questo momento.
Ciò che è importante notare è che questo modello, cioé quello della semplificazione estrema di ogni problematica, è quello dominante sempre, e quando la tipologia delle tematiche trattate impedisce la banalizzazione, così come gli adulti fanno con i bambini, si passa alla stimolazione dell’empatia (il governo Monti è buono perché e sobrio) o al depistaggio.
L’importante è sempre evitare il nucleo delle questioni.
Così il guardasigilli Severino, può rispondere rispetto alle critiche (anch’esse infantilmente strumentali se fatte, per esempio, da IL GIORNALE) sui 7 milioni di euro di reddito annuo, che guadagnare non è un reato. Un buono slogan per una campagna di Forza Italia contro la magistratura forse, ma niente di più. Non è il suo reddito da cittadino privato il problema.
Ciò che la Severino evita di spiegare, non ritenendo adulto il suo uditorio, infatti, è un problema ben più drammatico, ovvero:
Com’è possibile che in un paese in cui ogni giorno, stancamente, si fa appello all’ideale puro della democrazia, i ruoli istituzionali sono occupati interamente da persone di censo così alto? Oltretutto l’Italia viene dall’esperienza berlusconiana e basta fare un giro rapido in tutto il mondo occidentale per osservare che le commistioni tra gruppi economici o individui tycoon e l’ammisitrazione della cosa pubblica sono la prassi dominante. Cosa che è sempre accaduta, ma forse mai in proporzioni così nette. I greci antichi, che dovendo tenere in piedi sistemi di potere molto meno obesi, necessitavano di gradi infinitamente minori di impostura, chiamavano l’esercizio del potere in base a criteri di ricchezza materiale plutocrazia.
Ecco perché c’è da augurarsi che i partiti della sinistra, una buona volta, operino in direzione della ridistribuzione delle risorse, mirando, politicamente, a una posiziona maggioritaria. Che non significa solo fare flebile opposizione sulle pensioni o enunciare richieste deboli di tassazioni infime sulle rendite finanziarie, ma analizzare le sacche di collusione dal di dentro e formulare regole nuove, che le impediscano o quantomeno le complichino, dimostrando ai cittadini la rivoluzionaria buona fede. Come? Innanzitutto cambiando, contestualmente, il modello di comunicazione.
Basta col mondo raccontato da Jovanotti, o al manicheismo vuoto e schematico di “Vieni via con me” . O da Ikea. Che è lo stesso, e falso, mondo.