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L’Italia raccontata dal “palazzo”.

01 febbraio 2012

Erano molti anni che in Italia non esisteva un fronte di protesta pubblica attiva così presente e consapevole come quello che si è formato negli ultimi mesi. E questo, è bene ricordarlo, a dispetto dei media cosiddetti ufficiali.

Studenti, pescatori, cittadini della Val di susa, agricoltori siciliani e camionisti, coadiuvati da moltissimi cittadini solidali. Osservando la situazione con distacco, è evidente che queste scosse sono solo il principio, l’avvertimento, di un’ondata di proteste che si propagherà a dismisura molto presto, come confermano i dati sulla disoccupazione giovanile impennatasi al 31%.

Tutte le manifestazioni continuano, e i movimenti lottano per i propri diritti, anche se le ragioni profonde delle proteste sembrano segrete o inenarrabili, e le ondate di rabbia sembrano affievolirsi a causa degli illusionismi dell’agenda-setting, ovvero  la scaletta di notiziabilità imposta dai grandi organi di stampa generalisti. Oggi, per esempio, si scopre che lo spinoso caso della neve che cade d’inverno e le elezioni primarie in Florida (?) siano i temi fondamentali della vita quotidiana dei cittadini. Poi il solito spread, Facebook a Wall Street, i sondaggi sulla fiducia nel governo, il caso Rai, per non parlare della quantità siderale d’inezie sui gusti in cucina di qualche vip e affini.

E più ci si immerge nella lettura di articoli, inchieste, editoriali, più emerge un dato al tempo stesso banale e sconcertante: non c’è riga sui grandi giornali italiani generalisti, non c’è frase detta dagli anchorman dei telegiornali, che non sia incentrata su ciò che avviene dentro il “palazzo”, o che non sia affrontato, analizzato, modellato nella comunicazione secondo il punto di vista interno a chi è abituato a vivere o a ronzare intorno al “palazzo”.

Il palazzo, dunque. Ovvero una sorta di baricentro ideale della coscienza pubblica che non fa altro che ricordarci, vitanaturaldurante, che ciò che importa davvero è la vita dei potenti, che siano politici, banchieri, petrolieri, assicuratori, industriali, mafiosi, che del palazzo sono l’anima, e poi di divi di Hollywood, autori di best sellers, stilisti o rock star, calciatori o soubrette, che del palazzo sono i saltimbanchi. Sembra che l’unica cosa degna di attenzione duratura siano i loro business, le loro faccende di cuore, i loro intrighi e le loro alleanze, e cosa più grave, il loro punto di vista, il loro modo di interpretare e di prendere decisioni sulla realtà che sta fuori dal palazzo, di cui ovviamente i membri del palazzo ignorano i tratti fondamentali, e che concepiscono solo come corollario designato, per chissà quale diritto, a costituire l’uditorio passivo delle loro imprese. La realtà fuori dal palazzo, al netto del palazzo, sembra non esistere, non essere dotata di vita propria. 

Questa forma perenne di cortigianeria, questa ansia di comunicare l’attualità secondo il punto di vista del potere, è il grande crimine del giornalismo italiano e della stragrande maggioranza dei cosiddetti intellettuali integrati.

La creazione di un modello unidimensionale di raccontare il mondo secondo cui tutti noi ci sforziamo di adeguarci a un punto di vista alieno, imposto dall’alto.

Ecco perché poi accade, d’incanto, che l’unica forma di violenza accettata e accettabile nel dibattito pubblico, sia quella indiretta e dislocata, quella spettrale e invisibile perpetuata, per l’appunto, dal palazzo.

La violenza morale e fisica (l’atto di ridurre alla fame sfruttando i meccanismi del sistema è a tutti gli effetti violenza) che uccide la dignità della gente comune è accettata o dissimulata nel dibattito pubblico. Un caso da laboratorio, ma se ne potrebbero fare moltissimi, è il caso Fiat con Jennifer Lopez, e si dice, presto con Mike Tyson: aziende che ricorrono da anni alla cassa integrazione o al delocalizzazione e investono milioni di euro in campagne pubblicitarie dai costi elevatissimi incentrate su testimonial. E non si venga a dire che è il mercato a richiederlo.

Alle prime scintille di nervosismo degli agricoltori siciliani, invece, i commentatori ufficiali ricorrono alle categorie minime di civiltà necessarie alla vita democratica e ricordano i tempi bui del terrorismo, anni cioè, in cui l’esercizio della violenza smetteva di essere unidirezionale (dall’alto verso il basso) per divenire bidirezionale (l’oggetto della violenza terroristica era per l’appunto il palazzo), e scambiarsi.

Ecco perché, nonostante tutto ciò, c’è d’augurarsi, oggi, che le manifestazioni di protesta presenti e future non travalichino mai il loro carattere pacifico, e che il loro perpetuarsi sveli in modo sempre più chiara la natura ormai straordinariamente repressiva del potere. Tutte le manifestazioni, o quasi, sono sfociate nella repressione fisica. Sempre, alla minima occasione.

Mostrare la verità, l’oscenità della repressione, che è, nei momenti di crisi, la vera essenza del palazzo. Ecco l’unica, l’ultima arma in mano a chi sta imparando, con fatica, ad analizzare la realtà sentendosene parte attiva.

   
 
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